
VITERBO
Viterbo (Vetèrbe in dialetto viterbese[4][5][6]) è
un comune italiano di 66 539 abitanti[1] capoluogo
dell'omonima provincia nel Lazio. Di probabili
origini etrusche, presenta un vasto centro
storico medievale, con il quartiere di San Pellegrino ben
conservato e cinto da mura quasi perfettamente integre.
Viterbo è conosciuta come la città dei Papi: alla fine
del XIII secolo fu infatti sede pontificia e per 24 anni il Palazzo
Papale ospitò e vide eleggere diversi pontefici. È celebre
come città termale e vi ha sede l'Università degli Studi
della Tuscia.
Origini
Nel territorio di Viterbo vi sono
tracce di insediamenti neolitici ed eneolitici,
nell'ambito della cultura di Rinaldone. Sono state rinvenute
poche presenze etrusche, specie nel sottosuolo, ma probabilmente
in questo periodo l'insediamento sul colle del Duomo, da identificare
con Surina o Surna, non raggiungeva lo stato
di vicus ed era un avamposto della lucumonia di Tarquinia.
Nelle vicinanze sorgevano gli altri centri etruschi
di Musarna e Acquarossa (poi distrutta, e
ricostruita a poca distanza come Ferento). Le fantasiose
teorie quattrocentesche dell'erudito frate Annio (autore di
quel complesso e monumentale falso storico noto
come Antiquitatum variarum volumina XVII) hanno invece supposto
che sorgesse qui una tetrapoli etrusca, sulla base dalla sigla FAVL
che sarebbe un acronimo formato dalle iniziali di quattro cittadine
(Fanum, Arbanum, Vetulonia, Longula). Dopo la
conquista romana vi fu costituito, con ogni probabilità, un
insediamento militare, chiamato Castrum Herculis per la
presenza nella zona di un tempio che si riteneva dedicato all'eroe
mitologico, da cui deriva il leone simbolo di Viterbo. Nei
pressi passava la via Cassia, che aveva una mansio ad Aquae
Passaris, nell'area termale a occidente rispetto
all'attuale Viterbo[13], mentre solo nel medioevo, con la sua ascesa
politica, la strada passerà dentro la città. Notizie più certe si hanno nell'Alto
Medioevo con un castrum, cioè una fortificazione
longobarda posta al confine tra i possedimenti nella Tuscia e
il ducato bizantino di Roma: il colle di San Lorenzo, ricordato
nella donazione di Sutri tra le proprietà
che Liutprando promette alla Chiesa nel 729,
fu fortificato nel 773 da Desiderio, nell'ultimo
periodo della sua contesa con Carlo Magno. Un documento papale
dell'852 riconosce il Castrum Viterbii come parte
delle Terre di San Pietro, mentre Ottone I annovera il
castello tra i possedimenti della Chiesa.
Medioevo
Nell'XI secolo l'incremento
demografico contribuì alla nascita di nuclei abitativi fuori
dal castrum, e, attorno al 1090, a un primo tratto di mura;
nel 1099 la scelta dei primi consoli sancì il passaggio a
istituzioni comunali. È il XII secolo il periodo in cui
Viterbo, libero comune, si assicurò il possesso di numerosi
castelli: in tal senso la protezione di Federico I
Barbarossa (presente nella città nel 1162), e il suo
riconoscimento del comune viterbese, conferì legittimità alla sua
politica di espansione. Nel 1172 venne distrutta la città
di Ferento il cui simbolo (una palma) fu aggiunto al leone,
simbolo di Viterbo (l'emblema vigente è costituito appunto da un
leone accollato ad una palma); attorno al 1190 venne
assediata Corneto (odierna Tarquinia), mentre l'imperatore
attaccò Roma con l'esercito viterbese. Il districtus del
comune aumentò considerevolmente in quegli anni. Ulteriore elemento
che accrebbe il prestigio e l'importanza politica di Viterbo, fu la
sua elevazione a cattedra vescovile nel 1192 ai danni
di Tuscania, la cui precedente predominanza nella Tuscia romana
venne così meno. All'inizio del XIII secolo la città fu
finalmente inserita nell'orbita papale ed iniziò in tal modo un
periodo di grande splendore, soprattutto con il disegno di papa
Innocenzo III, che tentò di costituire uno stato territoriale:
Viterbo nel 1207 ospitò il Parlamento degli stati della
Chiesa. Tuttavia, per la presenza nella città di importanti famiglie
insofferenti del predominio papale, venne invocata la protezione
di Federico II: si aprì così, fino al 1250 circa, un
periodo di lotte interne tra guelfi (la famiglia dei
Gatti), e ghibellini (i Tignosi, poi Tignosini), con
un'iniziale prevalenza di questi ultimi. Si inserì in questo
contesto di aspre lotte civili e religiose la vita della più
illustre figlia della città, Santa Rosa da Viterbo, che visse
tra il 1233 e il 1251. Si ricordano non solo suoi miracoli in vita
e post mortem, ma anche, benché fosse giovanissima morendo ad
appena 18 anni, la sua coraggiosa predicazione contro gli eretici e i
ghibellini, che animò i viterbesi a resistere contro l'assalto
dell'esercito di Federico II. Negli stessi anni la città vide le
iniziative politiche e militari del cardinale viterbese Raniero
Capocci, storico ed acerrimo nemico dell'imperatore. Il fallito
assedio di Federico II nel 1243 con la grande vittoria dei
viterbesi, guidati proprio da Raniero Capocci, sull'esercito
imperiale e il conseguente successo dei guelfi, sancì, per la
seconda metà del XIII secolo ed anche per i secoli futuri,
la definitiva politica filo-papale: la ricca famiglia dei Gatti
monopolizzò le cariche municipali e i pontefici scelsero Viterbo
come sede papale. L'episodio discriminante, che attirò addirittura
l'attenzione mondiale su Viterbo, fu l'elezione papale del 1268-1271,
che portò Gregorio X al soglio pontificio: i cardinali che
dovevano eleggere il successore di Clemente IV si riunivano
inutilmente da quasi 20 mesi, quando il popolo viterbese sdegnato da
tanto indugio, sotto la guida del Capitano del popolo Raniero
Gatti, giunse alla drastica decisione di chiudere a chiave i
cardinali nella sala dell'elezione (clausi cum clave), nutrirli a
pane e acqua, e scoperchiare il tetto lasciandoli esposti alle
intemperie, finché non avessero eletto il nuovo Papa; alla fine i
cardinali - pressati anche dalle continue rampogne di Bonaventura
da Bagnoregio - scelsero il piacentino Tedaldo
Visconti, arcidiacono di Liegi, che aveva ricevuto
solo gli ordini minori e in quei giorni si trovava in Terra
santa per la nona crociata. Il nuovo papa prese il nome di Gregorio X, (1272), e, vista la
bontà della "clausura", stabilì con la costituzione
apostolica Ubi Periculum che anche le future elezioni
papali avvenissero in una sede chiusa a chiave: era nato il Conclave.
Dal 1261 al 1281 in Viterbo si tennero ben cinque
conclavi. Nell'ultimo di questi il popolo, artatamente sobillato
da Carlo I d'Angiò, irruppe nella sala del Conclave e mise al
carcere duro il cardinale Matteo Rubeo Orsini, protodiacono.
Il pontefice che uscì eletto da questo conclave, funestato
dall'invasione del popolo viterbese, fu un francese, il
cardinale Simon de Brion, proprio come voleva Carlo d'Angiò.
Peraltro il nuovo papa, che scelse il nome
pontificale di Martino IV, appena eletto, anziché
ringraziare i viterbesi che, mettendo in difficoltà i cardinali
della famiglia Orsini, avevano favorito la sua elezione, lanciò
sulla città di Viterbo un pesante interdetto e l'abbandonò
in fretta e furia con tutta la corte pontificia, senza tornare
a Roma, come molti auspicavano, ma recandosi a Orvieto. Si
chiuse con questo spiacevole episodio il periodo aureo di Viterbo. I
papi non verranno più a risiedere in città, anche se diversi
pontefici vi soggiorneranno talora per periodi piuttosto lunghi; ne
sono esempi papa Urbano V, che si fermò a Viterbo alcuni mesi
tra il 1367 e il 1370[15] durante l'infruttuoso
tentativo di riportare a Roma la sede papale, e papa
Niccolò V, che nel 1454 fece addirittura costruire dal
Rossellino in zona Bullicame un bel Palazzo
termale (andato quasi completamente perduto) per venire in città
a curare le sue gravi malattie, nonché Giulio II, che fu spesso
ospite, nel primo decennio del Cinquecento,
degli agostiniani viterbesi, vista l'amicizia che lo legava
ad Egidio da Viterbo, e Leone X, che veniva a caccia nei
dintorni[16]. Durante la stabile presenza della curia papale a
Viterbo, la città aveva raggiunto il suo massimo splendore, sia
economico, quale centro posto lungo vie di comunicazione importanti,
come la Via Cassia e la Francigena, che
architettonico, con l'edificazione di edifici pubblici municipali,
torri, chiese, nel fiorire sia dello stile romanico che
dello stile gotico, che i cistercensi avevano
inaugurato nel luogo con l'abbazia di San Martino al Cimino. L'esilio
avignonese dei papi contribuì alla decadenza della città e al
riaprirsi delle lotte interne. L'effimera ricostituzione
del Patrimonio di San Pietro del cardinale Egidio
Albornoz, non impedì ai nobili Gatti e ai prefetti di Vico di
imporsi, con istituzioni ormai di tipo signorile, a Viterbo. Nei
primi decenni del XVI secolo Viterbo ospitò nuovamente, e
spesso, papi, da Giulio II a Leone X, grazie - come
sopra accennato - all'opera straordinaria del cardinale agostiniano
Egidio da Viterbo. A metà del Cinquecento la città
conobbe un nuovo, ancorché breve, periodo di fervore culturale e
spirituale per la presenza del cardinale Reginald Pole, che
riuniva a Viterbo il suo celebre circolo, di cui faceva parte, tra
gli altri, la marchesa Vittoria Colonna ed alle cui
riunioni intervenne spesso Michelangelo. Dal XIII al XVI secolo,
Viterbo è stata sede di una comunità ebraica, fino al decreto
di espulsione del 1569[17].
Età moderna
Per Viterbo è
un periodo di scarsa vitalità, economica e culturale: dalla fine
del XVI secolo la città segue le sorti dello Stato della
Chiesa e vede tramontare del tutto la vocazione internazionale che
aveva assunto nei secoli del basso medioevo. Occupata nel 1798 dalle
truppe francesi del generale Championnet, intervenuto a difesa
della Repubblica romana, si ribellò, imprigionando la
guarnigione lasciatavi dai francesi, quando nel mese di novembre le
truppe del generale austriaco Mack e del re di
Napoli Ferdinando IV di Borbone entrarono in Roma. Cacciate
tuttavia queste poco dopo dallo Championnet, Viterbo fu attaccata
dalle truppe del generale francese François Étienne
Kellermann, al quale dovette arrendersi dopo che il medesimo aveva
sconfitto nelle vicinanze i 6 000 uomini
dell'émigré francese, Roger de Damas. Nel 1867, con la colonna
garibaldina Acerbi, fu testimone della sfortunata campagna
dell'Agro romano per la liberazione di Roma, conclusasi a Mentana il
3 novembre con la sconfitta di Garibaldi da parte delle
truppe pontificie e francesi. La città dovette attendere il 12
settembre 1870 per essere di nuovo liberata dalle truppe
italiane, questa volta quelle dell'esercito regolare in marcia
verso Roma. Con l'unità d'Italia, aggregato quasi tutto
il Lazio nella provincia di Roma, Viterbo perse la
qualifica di capoluogo, che le fu restituita solo nel 1927 con
il riordino delle circoscrizioni provinciali, attuato da Benito
Mussolini. In questa occasione però, aspirava al rango di provincia
anche Civitavecchia ma Viterbo riuscì ad avere la meglio,
incrementando il proprio territorio e numero di abitanti, sopprimendo
e inglobando come frazioni, con assenso governativo, i comuni
di Bagnaia, San Martino al Cimino, Grotte Santo
Stefano, ed altri piccoli centri limitrofi. (vedi comuni
italiani soppressi). Durante la seconda guerra mondiale la
città venne rapidamente occupata dopo l'8 settembre 1943 dalle
truppe tedesche della 3. Panzergrenadier-Division che erano
in movimento verso Roma. Durante l'occupazione fu sede di un comando
tedesco e fu quindi sottoposta dall'aviazione alleata a ripetuti
bombardamenti, di cui particolarmente pesante fu quello del 17
gennaio 1944, che portò alla morte di centinaia di civili ed
alla distruzione di vaste zone del centro storico e di altri
territori vicini.
